venerdì 8 settembre 2017

Barabba in Carnia,

CRIST DI VAL.

                Che Ponzio Pilato il procuratore della Giudea colpevole di aver messo a morte Gesù Cristo, sia morto in Carnia è tradizione ormai consolidata in tante leggende. Ne ha parlato Giovanni Gortani e più recentemente Renato Zanolli nel libro “Guida insolita del Friuli”.
                Ma ciò che finora era sfuggito, sia agli storici che agli scrittori di leggende, è il fatto che in Carnia sia finito e sia morto anche Barabba, il malfattore che si è salvato lasciando a Cristo il suo posto sulla croce. Come si sono svolti i fatti è noto. Almeno ai più!  Pilato aveva già capito che gli conveniva mandare a morte Cristo per ingraziarsi gli Ebrei e fare bella figura con l’imperatore Tiberio. Due piccioni con una fava! Ma voleva prendere anche un terzo, facendo passare la sua decisione come decisione del popolo. Da precursore dei populisti del giorno d’oggi, sottopose al popolo la scelta tra Gesù e Barabba. Era sicuro dell’esito, sapendo che il popolo era già stato adeguatamente sobillato per chiedere la condanna di Gesù.
                Fu così che Barabba fu il primo degli uomini ad essere salvato dalla morte di Cristo. Fatto uscire dal carcere, mentre ormai s’era rassegnato a morire in croce, pieno di gratitudine per Pilato che l’aveva salvato, si mise alle sue dipendenze.
                “A te devo la vita,” gli disse, “è giusto che mi consideri tuo schiavo!”
                “Allora va e controlla che la persona che ti ha sostituito sulla croce, muoia veramente!”. Con questo primo incarico Pilato lo costrinse a vedere l’agonia di Cristo in croce. Immedesimandosi nel morente, suggestionato al pensiero che avrebbe dovuto essere lui ha gridare: “Ho sete!” Seguì la scena con una emozione indescrivibile. Sino alla fine. Sino alla deposizione dell'innocente dalla croce. Raccolse anche uno dei chiodi per documentare a Pilato d'aver assistito al fatto.
                Ma da quel momento la scena prese a vagargli per la mente, come un incubo. Un oggetto che si vuole affondare nell’oceano della dimenticanza, che però l’acqua della memoria  riporta forzatamente e continuamente a galla.
                Dice la storia che Pilato fu esiliato dall’imperatore Tiberio nelle Gallie. Ma la storia va interpretata, il dato vero è soltanto che fu mandato nelle Gallie. Il cuore delle Gallie al tempo, il luogo dell’incrocio culturale tra Galli e Romani era Aquileia. Ancora più in su verso il Norico, Julium Carnicum. Qui  fu esiliato Pilato, sempre seguìto dal suo schiavo Barabba. Guardato con sospetto dagli abitanti di Iulium Carnicum, preferì trasferirsi al di là del fiume e  si costruì una villa in un luogo ameno, alla confluenza del But con un bel torrente che scende dalle falde del monte Sernio, dal nome poetico di Mignezza. Alla morte di Pilato la località continuò ad essere chiamata “il luogo della casa di Ponzio”. In seguito, nel tempo, con le semplificazioni a cui ci ha abituato la storia,  chi vi si recava, prese a dire più semplicemente che andava in Ponzio. Da qui il nome Imponzo.“
                Secondo la leggenda il corpo di  Pilato fu sepolto lontano dal paese, sulla strada che portava in Friuli. In segno di dispregio si sviluppò l’usanza, per chi passava da quelle parti, di gettare un sasso sulla sua tomba. Sasso dopo sasso sarebbe sorto così il costone sul quale si è poi costruita la chiesa di San Floriano. Qui evidentemente gli scrittori di leggende si sono lasciati prendere la mano dal disprezzo che nutrivano per chi si porta la colpa materiale storica della morte di Cristo.
                Presi così dalla storia di Pilato si sono dimenticati quella di Barabba, che mi pare giusto riprendere.

                Il poveretto stava per impazzire non riuscendo a togliersi dalla mente la scena della crocefissione. Pensò che l’unico modo per salvarsi fosse quello di darsi alla penitenza. Pensa a ripensa, finalmente gli parve d’aver trovato una penitenza adeguata. Si sarebbe ritirato sulle più alte montagne che si intravedevano dalla villa di Pilato: i monti Verzegnis, e  Novinzola.
            Lì avrebbe vissuto da eremita.

            Così fece. Arrivato sul posto scoprì che dietro, verso sud, Il Novinzola si accoppia con il Pizzat ed entrambi si raccolgono in una bellissima conca. Un posto ideale per farne la sua valle di lacrime! Sul fianco, a mezza costa del Novinzola, individuò una grotta che la natura sembrava aver costruito nei millenni attraverso le rivoluzioni geologiche  proprio in attesa di qualcuno in cerca d’un riparo per pentirsi di qualcosa. Barabba vi si insediò e con estrema pazienza, usando la punta d’un chiodo che aveva raccolto sul Golgota, prese a scolpire la scena dei suoi incubi. Pensava che realizzarla all’esterno, fosse il modo migliore per togliersela dalla testa e ritrovare il suo equilibrio psichico.
                Così fu. Presero a frequentarlo i pastori che portavano le loro capre e pascolare nella valle, e lui si mise a raccontare dell’innocente morto in croce al suo posto. Divenne il primo evangelizzatore della Carnia. Morì nella grotta e i pastori lasciarono che il suo corpo si decomponesse come in un loculo all’aperto, mentre il suo spirito prendeva definitivamente possesso della grotta.
                La grotta nei secoli ha poi ospitato molti altri eremiti, sciamani e benandanti. Ma questa è un’altra storia!
                Da allora per tutti i secoli trascorsi  la grotta chiamata del Crist di Val, è diventata luogo di pellegrinaggio per ammirare la scultura della crocefissione che ha scolpito Barabba, per sentire la presenza del suo spirito, per sentirsi in comunione con il primo uomo salvato dalla morte di Cristo.

                Ci vanno gli Ebrei e, secondo la loro usanza quando visitano una tomba, depositano a ricordo dei sassolini. Ci vanno i Buddisti e lasciano le bandiere di preghiera tibetane.  Ci vanno i cristiani e lasciano dei piccoli crocefissi. Il più importante è quello che vi ha lasciato, nel 1980, Mons. Pietro Brollo, allora Vescovo ausiliare di Udine.
                Per i paesani di Verzegnis era il luogo tradizionale delle rogazioni per ottenere la pioggia.
                Me n’ha parlato la prima volta, e ha trasmesso anche a me  la suggestione della grotta del Crist di Val, l’amico Enore Deotto. Mi ricordava di quando bambino la mamma l’aveva costretto a salire più volte attraverso il sentiero che parte da Sella Chianzutan. “Un po’ a piedi scalzi, un po’ con le "dalbides", par no frujà i scarpèz…. Alle due di notte per essere alla grotta all’alba. Al ritmo delle invocazioni delle litanie, accompagnati dalla nenia delle Ave Marie del Rosario”.
                A quei tempi un anno di siccità significava per il paese un anno di miseria, di fame, di gente che moriva di stenti e d’inedia.

                Altri tempi! Ma perché perdere anche il ricordo, come si è purtroppo già persa persino la traccia del sentiero che dalla Casera di Val, recuperata come un’opera d’arte, porta alla grotta del Crist di Val?
             Perchè non ripartire dal riutilizzo della Casera restaurata per un progetto di valorizzazione turistica che recuperi la memoria storica del Crist di Val? Che si creda o meno sia opera di Barabba, qualcuno l'ha scolpito. Quando? Le date che vi si leggono possono riferirsi a delle visite o a delle permanenze successive, l'opera potrebbe essere molto antica. Comunque suggestiona ed emoziona, lascia un ricordo indelebile nel turista che ha avuto l'opportunità di visitarla.


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