venerdì 14 luglio 2017

Le Agane del passo Siera.


Le Agane del Siera (Las Aganes dal Sièra).

            C’erano una volta le fate. Dal latino fatum=destino, il loro nome stava a indicare degli esseri capaci di influire sul destino degli uomini. Esseri capaci di guidare gli uomini verso la felicità, in qualche modo personificazione  del desiderio di felicità degli uomini.
L'Agana della fortezza.
            In Carnia le fate si chiamavano Aganes, da àghe-acqua perché abitavano nei corsi d’acqua. Chi aveva avuto la ventura di incontrarle, s’era imbattuto con loro sempre vicino ad un ruscello. Uscivano nelle notti di luna piena ad asciugare le loro vesti al chiarore della luna.
            Poi ci fu il concilio di Trento. Si stabilì che la felicità viene solo da Dio, dalla sua Provvidenza. Si decise fosse  sacrilego immaginare l’esistenza di principi di felicità che si concretizzavano nella libertà individuale di ogni uomo al di fuori della Chiesa. Così le Agane che, come apportatrici  di felicità, prima  erano raffigurate come bellissime fanciulle, vennero considerate come brutte espressioni infernali, demoniache.
            Da bellissime fate divennero orribili streghe!...
            In questo modo avrebbero dovuto trasformarsi anche quelle della Val Pesarina. Popolavano la valle, nascoste nel rio Pesarina e nei tanti ruscelli che scendono dalle montagne ad alimentare il torrente. Si riunivano poi ogni notte a danzare sul passo tra la valle del Boite e la Val Pesarina, che da loro prendeva il nome di passo delle fate. Danzavano mosse dal vento che soffiava in un senso o nell’altro a seconda che a prevalere fosse Scirocco o Tramontana. Si ristoravano nel laghetto del passo e nelle pause andavano a dissetarsi alla fontana degli Sbilf, subito dietro alla casera della malga.     Una gorne(gronda)  alimentata dalla sorgente che prende l’acqua dal monte Siera, dove come si sa, sono corsi a nascondersi i folletti, per non incorrere nelle furie dell’Inquisizione.
             Hanno dato all’acqua che esce dalla loro montagna il potere di rinforzare e potenziare ciò che si ha. Per cui se la beve chi è malvagio, chi porta nel cuore il veleno della malvagità, finisce avvelenato: il veleno morale si potenzia sino a trasformarsi in veleno del fisico. Chi porta nel cuore sentimenti di generosità e amore invece, a ogni sorso, ha la sensazione gli si gonfi il cuore di felicità.
            Le agane pesarine avevano anche il potere di trasformarsi in animali e così di giorno le si poteva incontrare, senza rendersi conto che fossero loro, mentre si ascoltava estasiati il canto d’un uccello, o si ammirava la grazia della corsa d’un capriolo o d’un cervo, la furbizia d’uno scoiattolo, la forza d’un cinghiale, l’imponenza d’un orso.
            Trasformate in animali, ne conoscevano il linguaggio, e diventavano quindi interpreti tra il mondo animale e quello umano. Per questo la valle andava famosa per il rapporto intenso e profondo che legava animali e umani: due specie che condividevano lo stesso ambiente in collaborazione, non, come ora avviene, due specie nemiche, in contrapposizione continua.
            Per questo la valle era un parco naturale dove la gente veniva per godere dello stupore dell’incontro ravvicinato con gli animali,  per bearsi del  riecheggiare del canto di mille uccelli che inondava la valle, come il suono degli strumenti di una unica grande orchestra sinfonica.
            Si viveva felici in valle!
            Poi con il Concilio venne  l’Inquisizione, fu peccato credere alle fate. Si stabilì che non era vero che le Agane fossero fate, esseri benefici. La loro natura era invece quella delle streghe: esseri malefici. Il potere di trasformarsi in animali veniva dal demonio, non da Dio. Andava scacciato dalla valle il demonio, che l’aveva occupata insediandosi nella forma di queste Agane.
La cjalcinarie
            Vista la gravità della situazione, a fare gli scongiuri per trasformare  le fate  della Val Pesarina da Agànis in Strìes  salì personalmente il Patriarca di Aquileia Gregorio da Montelongo. Trasformate in streghe si sarebbero dovute bruciare, come si faceva negli altri paesi, il parroco del luogo, un ambientalista, suggerì che per evitare l’inquinamento atmosferico, in alternativa si potevano buttare nelle “cjalcinàrie”: l’effetto sarebbe stato lo stesso: il fuoco trasforma in fumo, la calce riduce in polvere.
            Ma, si sa,  la Val Pesarina è sempre stata una valle di anarchici, di controcorrente. Anche le fate erano in linea, anarchiche fino all’ultimo respiro,  opposero  una decisa resistenza, non accettarono di trasformarsi in streghe, preferirono la morte.
             A ricordo del loro potere di diventare animali, chiesero di poter restare dentro agli alberi, mantenendo l’immagine che avevano scelto da vive. E si vedono ancora, sul sentiero che porta al passo, ora trasformato in una carrareccia transitabile con i fuoristrada. Chi ci mette attenzione però, scopre ancora i resti dell’originario sentiero lastricato: il  “tròi das Agànis”.

             Sette di loro invece, le più anarchiche, non accettarono neppure questo compromesso.

Come sono rimaste.
            Si opposero e alla fine chi l’ha dura la vince,  l’ebbero vinta sul Patriarca, al punto di costringerlo  a venire  a patti. Ottennero di restare fate, accettando però di riapparire e riunirsi solo una volta alla settimana, di venerdì, la sera del sabba, come fanno  anche le streghe. Non più nei verdi prati del passo, ma sulla strada di accesso. Nascondendosi non più nel laghetto del passo ma nel rio.--
Il Boscùt da Aganis
            Da lì escono a danzare al limitare del ruscello, in un piccolo bosco di larici,  che da loro prende il nome di boschetto delle Agane, il boscùt da Agànis. Fino all’alba. Poi salgono con  il sole che inonda di luce la montagna e si nascondono tra le rocce delle Vette Nere. Così è stata chiamata la montagna  a  ricordare il lutto perché le tiene sepolte  per l’intera settimana.
            Vi entrano infilandosi in una piccola grotta che prende il nome di “buse das Aganis”.
La buse das Agànis
             Sono sette, iniziano le loro riunioni al canto d’un loro inno che dice:
            Si era le fate del passo,
            volevano che fossimo streghe,
            invece abbiam resistito…        Poi una alla volta si presentano:
Sono la fata della fede
Sono la fata della speranza
Sono la fata della carità
Sono la fata della prudenza
Sono la fata della giustizia
Sono la fata della fortezza
Sono la fata della temperanza
            La fata della prudenza ha i piedi girati all’indietro, per lei infatti è sempre meglio un passo indietro che un passo avanti. La fata della speranza ha invece le ali, sostiene che comunque non si deve mai smettere di volare in alto, almeno con la fantasia. Quella della fede ne ha quattro di ali, come le libellule, a dire che la fede vola ancora più in alto della speranza. Quella della giustizia gira tenendo in mano la stadera che s’usava un tempo anche nelle malghe. Quella della forza, ha i piedi a forma di zoccolo di cavallo, a ricordare l’aiuto che viene all’uomo da questo animale. Ma la forza va usata con giudizio, sostiene la fata della temperanza, vestita da filosofo o da mago che dir si voglia. C’è infine quella della carità che ha quattro braccia e quattro mani, sostiene che la felicità dell’uomo sta nel dare non nell’avere, “più dai e più ricevi” è il suo motto.
            Danzano in cerchio tenendosi per mano, a significare che nessuna di loro è in grado di dare la felicità, che per gli uomini la vera felicità nasce dal concerto e dalla sintesi dei loro poteri.
            Danzano e cantano per tutta la notte. Nelle pause s’appoggiano al tronco del larice da ognuna prescelto, che così assorbe al contatto i loro poteri. Per questo, anche di giorno, si vede la loro immagine sugli alberi. Per questo,  chi si ferma nel boschetto delle Agane, sente il loro influsso e torna a valle rigenerato.

            Dall’attacco del loro inno è derivato il nome che è stato dato  a quello che un tempo era il passo delle fate.