mercoledì 26 luglio 2017

Avrint di Verzegnis

AVRINT
                Fra le tante piacevoli sorprese che riserva al turista il territorio del Comune di Verzegnis, la più intrigante è senza dubbio quella di Malga Avrint. Vi si arriva dalla strada che porta a Sella Chianzutan. Qualche centinaio di metri dopo aver incrociato la fontana di Peraria, si trova una spiazzo dove lasciare l’automobile. Ci starebbe un parcheggio, che al momento non c’è. Come ci starebbe qualche indicazione  all’altezza dell’importanza della località che si sta per visitare. Ma senza rovinarsi la giornata ad annotare queste carenze, conviene prendere sulla sinistra una strada che sembra più l’accesso carraio ad uno chalet privato. Dopo pochi metri l’enigma si scioglie si lascia a sinistra l’accesso privato e si prosegue sulla carrareccia segnata come sentiero CAI 811.
                E’ una bella strada, facilmente transitabile anche con automobili normali non fuoristrada, e quindi diventa subito argomento per lo sfaticato, per qualche imprecazione contro i consiglieri regionali che con la legge 15 del 1991 hanno impedito il transito su strade come questa. La larghezza della strada consente di procedere in gruppo chiacchierando e il discorso cade subito sul fatto che la strada si presterebbe ad un utilizzo turistico più intensivo, ad esempio come percorso per bike assistite.
                Ci si mette un ora, con passo da gente di città, non allenata. Un percorso facile e divertente, con tratti in salita che si alternano a falsipiani, con lunghi tratti in ombra  e qualche passaggio soleggiato. Alla fine si emerge dal bosco all’improvviso e ci si trova su quello che in passato era il cjampèi della malga. Uno spiazzo erboso che mette in evidenza  l’edificio, ristrutturato e ricostruito in modo mirabile dai volontari di Verzegnis, usando il loro marmo rosso e quindi caratterizzando in modo inconfondibile la  malga.

La Carnia vista da Malga Aurint
                Bella la malga! Ma stupendo il panorama che vi si gode. Si ha l’impressione d’essere a un palco all’opera, avendo come teatro il rincorrersi delle montagne di tutta la Carnia. Non è un paesaggio che si vede soltanto ma è una immagine grandiosa che ti prende, ti entra nell’animo, ti fa partecipe come se per incanto diventassi un protagonista della scena del Tempo, che ha lavorato per ricostruire quell’alternarsi di vuoti e pieni, nell’alternarsi di valli e montagne.
                E il fascino del paesaggio  fa sembrare credibile la leggenda che ti è stata raccontata salendo e che ha il suo cuore nella suggestione che ti ha colto quando la strada attraversa il rio Faeit, in un pianoro dove grandi massi si alternano agli alberi. Se fossi sceso una decina di metri nel rio, avresti scoperto l’entrata della casa delle Agane. Nientemeno!
                Avrint è come tanti altri un nome sbagliato per effetto dell’ignoranza dei copisti nei secoli. AVRINT, era il termine esatto. Nei testi latini la V sta per U, e quindi Aurint dovrebbe essere l’interpretazione del nome. Arìnt in friulano sta per argento, aurint nel friulano antico si può presumere stesse per ” oro”.
                La leggenda precisa infatti che sulla montagna c’era, nella notte dei secoli, una miniera d’oro in mano ai Gnàus, così si chiamavano i folletti, gli sbilfs di questa montagna. Si cavava l’oro in alto sul torrente, di solito senza acqua. Quando le pioggie lo riattivavano, portava a valle le pepite più o meno grosse che i Gnàus avevano smosso, ma non erano riusciti a raccogliere.
L'entrata della casa delle Agane nel rio Faeit.
                Più sotto, come s’è visto c’è la casa delle Agane, che senza fare nessuna fatica potevano raccogliere l’oro sfuggito ai Gnàus. Quando questi ultimi si accorsero che le Agane avevano più oro di loro, che loro avevano faticato e le altre avevano raccolto, chiesero la restituzione del maltolto. Le Agane spiegarono di non aver tolto niente, che era stato l’oro a venire da loro, per cui ne ritenevano  legittimo il possesso.
                Visto che con le buone non si otteneva niente i Gnaus passarono alle maniere forti e decisero una spedizione, per invadere il territorio delle Agane. Non avevano fatto i conti però con i poteri magici delle fate d’acqua. Quando videro i Gnàus avvicinarsi alla loro casa, misero in atto le loro magie: all’istante  i Gnaus si trasformarono in sassi, più o meno grandi, a seconda della loro dimensione. Così sono rimasti pietrificati e si vedono ancora nei pianori a ridosso della casa delle Agane, sparsi, come in ordine sparso s’erano ripromessi di aggredire l’abitazione delle fate.
                La malga Aurint era la base d’appoggio dei Gnàus impegnati in miniera, lasciandola per ridiscendere a valle, e ripensando alla leggenda, non ci si può non fermare a cercare la casa delle Agane. Incrociando il rio Faeit , appena sotto la strada. E guardando i grossi blocchi di pietra sparsi nel bosco tutt’intorno, non si può non rivivere la  suggestione di quell’epica battaglia che ha visto i Gnaus pietrificati dalla magia delle fate.
               Come si sa, la storia dei Gnaus ha avuto un seguito!      Per secoli hanno chiesto perdono alle fate dell’acqua, promettendo che se avessero riavuto la vita sarebbero stati umili e sottomessi nei confronti delle donne. Alla fine le fate si sono lasciate impietosire  e, con una nuova magia, li lasciano rivivere ogni anno, ma sotto terra, sotto forma di rape: i più umili dei frutti della terra.
                Questo spiega il mistero che per anni ha angustiato le donne di Verzegnis, intente alla raccolta delle rape, o per meglio dire, dei “gnàus”. Strappando la rapa dalla terra si sente un leggero rumore, come un soffio. Nessuno sapeva darsi una spiegazione! Alla luce di questa leggenda invece, tutto è chiaro. E’ l’ultimo respiro dello “gnàu”, che venendo alla luce muore. Ma intanto ha lasciato alla rapa i suoi poteri magici. Per questo a Verzegnis si dice: “Una rapa al giorno toglie il medico di torno”. I “gnàus” non sono rape normali, sono  del genere “brassica rapa terapeutica” hanno dei poteri salutistici eccezionali: i poteri magici che   i “gnàus-sbilfs” vi hanno depositato.

venerdì 14 luglio 2017

Le Agane del passo Siera.


Le Agane del Siera (Las Aganes dal Sièra).

            C’erano una volta le fate. Dal latino fatum=destino, il loro nome stava a indicare degli esseri capaci di influire sul destino degli uomini. Esseri capaci di guidare gli uomini verso la felicità, in qualche modo personificazione  del desiderio di felicità degli uomini.
L'Agana della fortezza.
            In Carnia le fate si chiamavano Aganes, da àghe-acqua perché abitavano nei corsi d’acqua. Chi aveva avuto la ventura di incontrarle, s’era imbattuto con loro sempre vicino ad un ruscello. Uscivano nelle notti di luna piena ad asciugare le loro vesti al chiarore della luna.
            Poi ci fu il concilio di Trento. Si stabilì che la felicità viene solo da Dio, dalla sua Provvidenza. Si decise fosse  sacrilego immaginare l’esistenza di principi di felicità che si concretizzavano nella libertà individuale di ogni uomo al di fuori della Chiesa. Così le Agane che, come apportatrici  di felicità, prima  erano raffigurate come bellissime fanciulle, vennero considerate come brutte espressioni infernali, demoniache.
            Da bellissime fate divennero orribili streghe!...
            In questo modo avrebbero dovuto trasformarsi anche quelle della Val Pesarina. Popolavano la valle, nascoste nel rio Pesarina e nei tanti ruscelli che scendono dalle montagne ad alimentare il torrente. Si riunivano poi ogni notte a danzare sul passo tra la valle del Boite e la Val Pesarina, che da loro prendeva il nome di passo delle fate. Danzavano mosse dal vento che soffiava in un senso o nell’altro a seconda che a prevalere fosse Scirocco o Tramontana. Si ristoravano nel laghetto del passo e nelle pause andavano a dissetarsi alla fontana degli Sbilf, subito dietro alla casera della malga.     Una gorne(gronda)  alimentata dalla sorgente che prende l’acqua dal monte Siera, dove come si sa, sono corsi a nascondersi i folletti, per non incorrere nelle furie dell’Inquisizione.
             Hanno dato all’acqua che esce dalla loro montagna il potere di rinforzare e potenziare ciò che si ha. Per cui se la beve chi è malvagio, chi porta nel cuore il veleno della malvagità, finisce avvelenato: il veleno morale si potenzia sino a trasformarsi in veleno del fisico. Chi porta nel cuore sentimenti di generosità e amore invece, a ogni sorso, ha la sensazione gli si gonfi il cuore di felicità.
            Le agane pesarine avevano anche il potere di trasformarsi in animali e così di giorno le si poteva incontrare, senza rendersi conto che fossero loro, mentre si ascoltava estasiati il canto d’un uccello, o si ammirava la grazia della corsa d’un capriolo o d’un cervo, la furbizia d’uno scoiattolo, la forza d’un cinghiale, l’imponenza d’un orso.
            Trasformate in animali, ne conoscevano il linguaggio, e diventavano quindi interpreti tra il mondo animale e quello umano. Per questo la valle andava famosa per il rapporto intenso e profondo che legava animali e umani: due specie che condividevano lo stesso ambiente in collaborazione, non, come ora avviene, due specie nemiche, in contrapposizione continua.
            Per questo la valle era un parco naturale dove la gente veniva per godere dello stupore dell’incontro ravvicinato con gli animali,  per bearsi del  riecheggiare del canto di mille uccelli che inondava la valle, come il suono degli strumenti di una unica grande orchestra sinfonica.
            Si viveva felici in valle!
            Poi con il Concilio venne  l’Inquisizione, fu peccato credere alle fate. Si stabilì che non era vero che le Agane fossero fate, esseri benefici. La loro natura era invece quella delle streghe: esseri malefici. Il potere di trasformarsi in animali veniva dal demonio, non da Dio. Andava scacciato dalla valle il demonio, che l’aveva occupata insediandosi nella forma di queste Agane.
La cjalcinarie
            Vista la gravità della situazione, a fare gli scongiuri per trasformare  le fate  della Val Pesarina da Agànis in Strìes  salì personalmente il Patriarca di Aquileia Gregorio da Montelongo. Trasformate in streghe si sarebbero dovute bruciare, come si faceva negli altri paesi, il parroco del luogo, un ambientalista, suggerì che per evitare l’inquinamento atmosferico, in alternativa si potevano buttare nelle “cjalcinàrie”: l’effetto sarebbe stato lo stesso: il fuoco trasforma in fumo, la calce riduce in polvere.
            Ma, si sa,  la Val Pesarina è sempre stata una valle di anarchici, di controcorrente. Anche le fate erano in linea, anarchiche fino all’ultimo respiro,  opposero  una decisa resistenza, non accettarono di trasformarsi in streghe, preferirono la morte.
             A ricordo del loro potere di diventare animali, chiesero di poter restare dentro agli alberi, mantenendo l’immagine che avevano scelto da vive. E si vedono ancora, sul sentiero che porta al passo, ora trasformato in una carrareccia transitabile con i fuoristrada. Chi ci mette attenzione però, scopre ancora i resti dell’originario sentiero lastricato: il  “tròi das Agànis”.

             Sette di loro invece, le più anarchiche, non accettarono neppure questo compromesso.

Come sono rimaste.
            Si opposero e alla fine chi l’ha dura la vince,  l’ebbero vinta sul Patriarca, al punto di costringerlo  a venire  a patti. Ottennero di restare fate, accettando però di riapparire e riunirsi solo una volta alla settimana, di venerdì, la sera del sabba, come fanno  anche le streghe. Non più nei verdi prati del passo, ma sulla strada di accesso. Nascondendosi non più nel laghetto del passo ma nel rio.--
Il Boscùt da Aganis
            Da lì escono a danzare al limitare del ruscello, in un piccolo bosco di larici,  che da loro prende il nome di boschetto delle Agane, il boscùt da Agànis. Fino all’alba. Poi salgono con  il sole che inonda di luce la montagna e si nascondono tra le rocce delle Vette Nere. Così è stata chiamata la montagna  a  ricordare il lutto perché le tiene sepolte  per l’intera settimana.
            Vi entrano infilandosi in una piccola grotta che prende il nome di “buse das Aganis”.
La buse das Agànis
             Sono sette, iniziano le loro riunioni al canto d’un loro inno che dice:
            Si era le fate del passo,
            volevano che fossimo streghe,
            invece abbiam resistito…        Poi una alla volta si presentano:
Sono la fata della fede
Sono la fata della speranza
Sono la fata della carità
Sono la fata della prudenza
Sono la fata della giustizia
Sono la fata della fortezza
Sono la fata della temperanza
            La fata della prudenza ha i piedi girati all’indietro, per lei infatti è sempre meglio un passo indietro che un passo avanti. La fata della speranza ha invece le ali, sostiene che comunque non si deve mai smettere di volare in alto, almeno con la fantasia. Quella della fede ne ha quattro di ali, come le libellule, a dire che la fede vola ancora più in alto della speranza. Quella della giustizia gira tenendo in mano la stadera che s’usava un tempo anche nelle malghe. Quella della forza, ha i piedi a forma di zoccolo di cavallo, a ricordare l’aiuto che viene all’uomo da questo animale. Ma la forza va usata con giudizio, sostiene la fata della temperanza, vestita da filosofo o da mago che dir si voglia. C’è infine quella della carità che ha quattro braccia e quattro mani, sostiene che la felicità dell’uomo sta nel dare non nell’avere, “più dai e più ricevi” è il suo motto.
            Danzano in cerchio tenendosi per mano, a significare che nessuna di loro è in grado di dare la felicità, che per gli uomini la vera felicità nasce dal concerto e dalla sintesi dei loro poteri.
            Danzano e cantano per tutta la notte. Nelle pause s’appoggiano al tronco del larice da ognuna prescelto, che così assorbe al contatto i loro poteri. Per questo, anche di giorno, si vede la loro immagine sugli alberi. Per questo,  chi si ferma nel boschetto delle Agane, sente il loro influsso e torna a valle rigenerato.

            Dall’attacco del loro inno è derivato il nome che è stato dato  a quello che un tempo era il passo delle fate.

giovedì 27 aprile 2017

mercoledì 22 febbraio 2017

Marco Polo, veramente nato in Carnia?




                Nell’antefatto del mio romanzo “La vita di Marco Polo dalle memorie del nonno Luigi Polo” ho raccontato del ritrovamento tra il macabro e il rocambolesco del testo delle memorie di nonno Luigi. Ciò che mi ha colpito in quelle carte, e mi ha indotto alla pubblicazione, è stato l’aspetto umano del racconto, il come la vicenda umana di Luigi si intrecciava con la storia del Friuli e si dilatava nella storia della scoperta dell’Asia fatta dai Polo. Mi era parso trascurabile e comunque secondario il fatto che queste memorie potessero servire a sostenere che Marco Polo è nato in Carnia.
                Che fosse vero il racconto delle sue origini carniche, mi sembrava marginale rispetto a ciò che Marco ha fatto e raccontato al nonno. Che la Carnia potesse menar vanto d’aver dato i natali a Marco Polo, mi pareva insignificante: non cambia la situazione d’un territorio, il ricordare chi vi è nato. Così pensavo. E sbagliavo. Come mi è stato fatto notare quando il mio romanzo ha iniziato a essere letto.
                Il come abbia vissuto l’infanzia e la fanciullezza un personaggio serve a capire meglio il suo modo di pensare, il fatto che, cresciuto tra le montagne della Carnia,  abbia potuto diventare il più grande degli esploratori, può servire d’esempio e di stimolo ai carnici d’oggi.
                Sollecitato dagli stimoli degli amici, mi sono così ricordato d’un foglietto che era allegato alle memorie, ed a cui non avevo dato alcun peso.
                Era il foglietto con l’immagine d’uno stemma, con nel retro la descrizione dell’origine dello stemma stesso. Non ci avevo dato peso anche per la banalità dello stemma che mi aveva fatto pensare a un passatempo di nonno Luigi. Quando, facendo delle ricerche su Marco Polo, sempre per colpa delle sollecitazioni degli amici, mi sono imbattuto nello stemma familiare di Marco, mi sono reso conto invece dell’ importanza del foglietto: lo stemma che, a prima vista, m’era parso banale, era quello che gli storici attribuiscono a Marco.
                Ho scoperto così che la banalità od originalità che dir si voglia dello stemma, finisce per essere una conferma della veridicità delle memorie del nonno. Il foglietto che sono riuscito a rintracciare da un lato porta il disegno di uno stemma con uno sfondo rosso attraversato diagonalmente da sinistra a destra, da una larga striscia gialla sulla  quale sembrano salire tre uccelli neri con la particolarità del becco e delle zampe rosse.

                Dietro con la calligrafia di Luigi Polo che ormai conoscevo c’era scritto che Marco diventato ormai ricco e famoso aveva pensato di dotarsi d’uno stemma. Al consiglio di prendersi quello di famiglia, aveva  replicato disegnando di suo pugno quello dei tre uccelli. All’obiezione del nonno secondo cui si trattava d’una soluzione poco araldica, aveva ribattuto che le tre Pole rappresentavano loro tre, Luigi, Nicolò e Marco, in successione, come uccelli pronti a spiccare il volo verso nuovi orizzonti.               
                Un amico ornitologo a cui mi sono rivolto per un consulto mi ha detto subito che, senza ombra di dubbio gli uccelli sono delle Coracia di montagna, o Gracchio corallino (Pyrrhocorax graculus) che nidifica, a almeno nidificava sulle nostre montagne. Non capivo ancora però, per quale forzatura nel documento questi Gracchi, venissero chiamati Pole, per giustificare l’identificazione con il cognome Polo. La spiegazione m’è venuta consultando il vocabolario friulano del Pirona. Questi uccelli in friulano si chiamamo Çuvrin o Còrin ma anche Pòle
                Confesso che alla scoperta ho provato una forte emozione. Non tanto per la conferma che mi veniva dal nome quanto dal fatto di sentirmi in sintonia con Marco per la simpatia per questi uccelli. Non li ho conosciuti nella variante del gracco corallino che, a quanto mi dice l’ornitologo, si sono trasferiti più in alta montagna, ma in quella meno nobile del gracco alpino. Ma il comportamento della specie è lo stesso ed ha colpito me giovane, al punto di suggerirmi alcuni versi per una poesia, come, credo, abbia  colpito Marco.
                Arrivano alla sera in stormi disordinati, come in una processione alla quale partecipano anche ragazzi che incapaci di stare al passo, ora sbandano, s’allontanano o rallentano, per poi rientrare e rimettersi in fila. E come i genitori rimproverano i ragazzi così loro si lanciano richiami sguaiata. Il loro gracchiare alla fine si perde nel bosco dietro al paese, ove si nascondono per passare la notte. Come in una casa nella quale  il sopraggiungere  del sonno spegne le ultime parole dei bambini, gli ultimi richiami dei grandi, e lascia calare la quiete.
                Ripartono al mattino allo stesso modo, riformando lo stesso stormo disordinato, e vanno a trascorrere la giornata non si sa dove. E’ questo andare non si sa dove che, credo, ha colpito Marco, come ha colpito me. Ha pensato che questi uccelli potessero rappresentare la sua vita meglio di qualsiasi citazione araldica, ed ha riunito in uno stemma le tre generazioni che hanno segnato per la sua famiglia il passaggio dalla Carnia alla scoperta del mondo.
                L’aver voluto nello stemma questi uccelli conferma la passione per la caccia che Marco dimostra di avere quando descrive le cacce dei Mongoli e gli incontri con la fauna esotica. Nelle sue parole si sente l’emozione di chi ha praticato la caccia e l’uccellagione. La stessa passione che sentivamo, ragazzi di paese, quando il nostro inizio dell’anno scolastico veniva disturbato dalla coincidenza con il passo degli uccelli migratori. Come oggi, i ragazzi prima di scuola passano per i giochi dello smartphone, così noi passavamo per controllare i rudimentali impianti con le panie, gli archetti e le trappole. C’era un’ emozione strana: si mirava alla morte degli uccelli, ma si entrava in una sorta di sintonia con loro. Si volava con loro nel loro avvicinarsi, nella speranza che si lasciassero attirare dalla suggestione dei nostri richiami che finissero per cadere nelle nostre trappole. Più che di emozione si poteva parlare d’una vibrazione che prendeva il nostro animo che si trasmetteva al nostro corpo, facendoci vivere un’ansia fisica e spirituale allo stesso tempo.
                Ebbene! Mi è parso di ritrovare questa stessa vibrazione nei racconti di Marco Polo. Una identità di sensazioni e di emozioni che mi conferma, oltre al fatto dello stemma, che l’ipotesi di Marco Polo nato in Carnia, dal ceppo dei Polo da cui derivano anche le mie trisavole, può essere ben più che una ipotesi.

 

martedì 10 gennaio 2017

La vita di Marco Polo dalle memorie del nonno Luigi Polo.

Per ascoltare la presentazione e farti convincere alla lettura!
Clicca qui sotto!
https://www.youtube.com/watch?v=HJaQ2k0p0kM&t=33s

Se non sei ancora convinto, puoi leggere questa presentazione:        

 “Descrivi il tuo villaggio e sarai universale” scriveva Tolstoj. “Vivi il tuo villaggio e sarai globale” può essere considerato il motto di vita di Luigi Polo, il protagonista di questo nuovo romanzo. Non si muove per tutta la vita dal suo castello alle falde del monte Diverdalce, a ridosso di Tolmezzo, tra Cazzaso e Fusea. (Ove c’è ora il cimitero dei due paesi, forse ricavato dal recinto del vecchio maniero...). Ma è uno stanziale in una famiglia di uccelli migratori. Suo fratello Marco raggiunge Venezia e porta il nome dei Polo sulla laguna, l’altro, Erminio si trasferisce e porta il nome di Polo ai Forni Savorgnani.
 Ai due capi della filiera del legname, che serve a Venezia per le sue galere, i due fanno fortuna.
                Luigi ama vivere guardando ogni giorno gli stessi orizzonti. I suoi cercano invece orizzonti ogni giorno diversi. Dal commercio del legname passano a quello più redditizio delle spezie, spostando la base dei loro commerci a Soldaia sul Mar Nero. Ma non bastava ancora! Una sera nel castello del Gastaldo di Tolmezzo il figlio Nicolò ebbe l’opportunità di sentire il racconto dell’avventura di Giovanni da Pian del Carpine mandato dal Papa a prendere contatto con i Mongoli. L’idea di seguire le orme del frate, divenne il  sogno e l’ideale di vita di Nicolò. Non gli bastò più il Mediterraneo. Per chi si muove, l’orizzonte si sposta sempre più in là; c’era tutta l’Asia da scoprire, fin là dove si favoleggiava ci fosse il paradiso terrestre.
                Nel frattempo però gli era arrivato un figlio che aveva chiamato Marco. Sarebbe stato giusto rinunciare ai nuovi orizzonti per coltivare la famiglia. Ma si inventò la soluzione classica: affidò moglie e figlio al padre, che non volendo schiodarsi dal suo castello in Carnia, sarebbe stato l’ideale baby sitter.
                Gli si presentò una volta anche l’occasione di mandare a salutare la famiglia. Guglielmo di Robruck un altro frate che su incarico del re santo Luigi IX era stato dal Gran Khan per verificare se poteva farselo alleato nella guerra contro i Mussulmani, risalendo il Danubio per tornare in Francia, aveva accettato di fare una deviazione per Passo Monte Croce Carnico. Al sentire il racconti di questo frate, anche il giovane Marco si entusiasmò. Quando al padre riuscì di rientrare a Venezia e fare una scappata a salutare la famiglia in Carnia, gli si incollò addosso.  Nicolò  fu costretto così a portarsi al seguito il figlio, in una nuova spedizione in Asia, anche se aveva solo 17 anni.
                Furono anni di sofferenza per il conte Luigi, ormai vecchio, che aveva allevato quel nipote come se fosse suo figlio!... Solo dopo tremilatrecentottantacinque giorni, gli arrivò la prima  lettera, e solo dopo 17 anni poté rivedere il nipote…
                Le distrazioni culturali non gli mancavano: c’erano i domenicani che facevano tappa ad Alzeri andando dall’Italia alla Germania, per discutere di teologia. Aveva avuto persino l’occasione di accompagnare il giovane poeta Dante Alighieri a visitare le sabbie mobili del Moscardo. Seguiva anche le vicende della politica locale con il patriarca Raimondo della Torre. Ma l’angoscia al sapere figlio e nipote in mezzo agli antropofagi dell’Asia non gli dava pace. L’ansia l’aveva portato persino a credere di poter parlare con i suoi attraverso la luna…
                Si può quindi immaginare con quale gioia abbia accolto Marco al ritorno. Con quale entusiasmo abbia assorbito i racconti che il nipote, diventato ormai un uomo maturo, gli andava facendo delle mirabolanti cose che aveva visto e delle originali esperienze che aveva potuto fare in Asia.   Come poteva fare a meno di scrivere e lasciare memoria di ciò che gli veniva raccontando il nipote?
             Sono nate così, le sue memorie, che, nella prefazione, sostengo d’aver trovato proprio nel cimitero sorto al posto del castello.
            Alle memorie del racconto di Marco, Luigi ha aggiunto anche quelle che aveva precedentemente sentito da Giovanni da Pian del Carpine e da Guglielmo di Robruck. Per questo le sue memorie, anticipano il racconto che Marco Polo farà a Rustichello da Pisa che diventeranno “Il Milione”. Allo stesso tempo  lo scritto del vecchio Luigi Polo  è anche una sintesi della storia della scoperta dell’Asia nel XIII secolo.
                Scoperta di valore storico mondiale ma inserita nella storia d’un piccolo villaggio, nella storia della Carnia sotto i Patriarchi, nel Duecento.  
              Una provocazione la mia, per ricordare che dalle periferie si può vedere il mondo.
              La vita di Marco Polo che sarebbe nato in Carnia, come romanzo del “glocale”. Le memorie del nonno Luigi metafora di come  vivendo alle falde d’un monte della Carnia, si possa vivere la scoperta del mondo.
                In attesa che i distributori nostrani si facciano carico di farlo arrivare nelle librerie locali, Il libro è acquistabile con il sistema dell’e-commerce sia  nella soluzione cartacea che come e-book nelle biblioteche online di AMAZON, MONDADORI STORE  e IBS e al sito di una piccola ma intraprendente casa editrice che ha accettato di scommettere su una opera così inusuale per le provocazioni che contiene, a cominciare da quella sulla nascita di Marco Polo in Carnia.